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Oplontis

All’interno della Biblioteca Nazionale di Vienna è conservata la copia medioevale di una mappa stradale romana di età imperiale (III secolo d.C.), costituita da una pergamena di 6,8 mt x 0,30 mt in cui era rappresentata la terra dal Gange all’Atlantico. Questa carta viene chiamata Peuntigeriana dal nome di Corrado Peuntinger (1465-1547) l’archeologo, umanista bavarese che l’aveva scoperta. La mappa è a colori e le distanze sono calcolate in miglia. In essa, a tre miglia da Pompei vi è segnalato un centro denominato Oplontis. Se si considera che il miglio romano corrispondeva a 1480 mt ca, la città antica occupava il territorio dell’odierna Torre Annunziata. Il nome Oplontis nella carta è evidenziato più degli altri. Il nome Oplontis potrebbe derivare da Oplon in greco gomena, probabilmente la città era il porto di Pompei. Oppure da opulus dal latino, l’albero più comunemente usato per sostenere la vite. O forse deriva da opulentia, per la sontuosità delle ville che vi sorgevano. I rinvenimenti fatti sul posto, non hanno però portato in luce un centro urbano, si ipotizza dunque si tratti di un quartiere residenziale di Pompei, luogo di soggiorno di ricchi desiderosi di allontanarsi dal frastuono della città.

I primi rinvenimenti risalgono alla fine del Cinquecento e fecero favoleggiare la scoperta di magnifici tesori nascosti. Solo in età borbonica si operò una ricerca più sistematica di pitture, mosaici e suppellettili preziose per arricchire le collezioni private del re. Durante l’eruzione vesuviana del 79 d.C., Oplontis seguì le sorti di Pompei ed Ercolano.

Dalle testimonianze di Plinio il Giovane, durante l’eruzione, tra Pompei e Stabia si riversarono diverse piogge di cenere e lapilli che crearono strati di diverso spessore raggiungendo i 7 mt d’altezza. Oplontis però fu invasa anche dal materiale fangoso. Dunque ai quattro strati di lapilli, si alternano tre strati di cenere fino ai due metri; segue uno strato di 5 mt di fango solidificato al di sopra del quale si è depositata una coltre di humus alta 1,5 mt. Gli scavi hanno portato in luce un edificio suburbano di grandi dimensione che per le decorazioni parietarie e per struttura può essere considerato il più importante dell’area vesuviana.

Queste dimore suburbane sorgevano di solito lungo le grandi vie di comunicazione. Avevano scopo residenziale ed allo stesso tempo assicuravano una buona produzione agricola. Solo un settore della casa era destinato all’abitazione del proprietario, il resto era suddiviso tra dimora del fattore e produzione agricola. Le ville sorgevano isolate, ma in casi straordinari dettati dal clima favorevole, il bel panorama o la presenza di sorgenti termali, esse potevano essere anche raggruppate.

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